Questo testo è precedente alla mia ricerca del 2018, Gli ultimi giorni di Venanzio Gabriotti (Quaderno n. 14 dell’Istituto di Storia Politica e Sociale V. Gabriotti), che è riportato integralmente in un’altra sottosezione del sito.
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L’attività patriottica clandestina costò cara a Venanzio Gabriotti. Tornato da Pietralunga il 2 maggio 1944, si mise subito all’opera per tentare un raccordo tra le formazioni partigiane che gravitavano sul territorio di Città di Castello: la Brigata “San Faustino” e le bande della “Pio Borri”. L’indomani, quando ormai era calata l’oscurità, partì in bicicletta da Città di Castello per Ronti, insieme ad Aldo Bologni e a Giuseppe Nicasi. Nella valle del Nestoro lo attendeva Siro Rosseti, comandante della brigata aretina.
Le mosse di Gabriotti erano state spiate dai fascisti. Qualcosa trapelò al di fuori dell’ambiente del regime e Gabriotti fu avvertito dei pericoli che correva. Non era però tipo da lasciarsi intimidire.
La mattina del 5 maggio gli venne notificato il mandato di arresto nel suo ufficio in vescovado. Prima di seguire i militi, con sangue freddo e aiutato da persone amiche, riuscì a nascondere del denaro appartenente al Comitato Clandestino e documenti sul movimento partigiano. Il comandante del presidio tifernate della Guardia Nazionale Repubblicana, Dorando Pietro Brighigna, avrebbe asserito che l’ordine di arrestare Gabriotti proveniva direttamente dai tedeschi.
Il 5 e il 6 maggio l’oppositore tifernate rimase rinchiuso, in attesa di interrogatorio, in una scomoda cella al pianterreno di palazzo Vitelli a San Giacomo, allora caserma dei carabinieri. Un personaggio noto e benvoluto come lui aveva qualche amico anche tra i militi fascisti e i carabinieri. Ne approfittò per far uscire di cella dei messaggi per i famigliari, grazie ai quali altri antifascisti furono messi nella condizione di nascondersi e di sfuggire all’arresto.
La mattina del 7 maggio ebbe luogo il primo interrogatorio, in un clima che si stava inasprendo per la battaglia avvenuta poche ore prima a Montone tra partigiani e tedeschi. Gabriotti si trovò di fronte Brighigna e l’ufficiale della milizia fascista Pietro Gambuli, che gli contestarono i rapporti avuti con i partigiani. Incalzato dalle circostanziate accuse, incautamente ammise di aver visto Stelio Pierangeli, anche se solo per recapitargli una lettera del padre Giulio che lo invitava a desistere dalla lotta.
Bastava tale ammissione per rischiare la fucilazione. Dopo l’interrogatorio, Gabriotti fu recluso in un’altra cella. Vi trovò un altro carcerato per attività antifascista, il capitano Alberto Ivano Nardi, da quel momento testimone di quanto avvenne.
La situazione si aggravò l’8 maggio, quando i tedeschi giunsero in forze a Città di Castello. Mentre alcuni loro reparti, talora guidati da fascisti compiacenti, setacciavano il centro abitato per rastrellare giovani da deportare nei campi di lavoro forzato in Germania, gli ufficiali vennero a sapere che nelle celle della caserma era detenuto un loro nemico politico. In tarda mattinata lo vollero interrogare. Gabriotti confermò quanto detto a Brighigna e fu trattato in malo modo quando tentò di giustificare la sua visita a Pierangeli. La semplice ammissione dell’incontro con un capo dei “ribelli”, senza poi denunciarlo alle autorità di pubblica sicurezza, era per i tedeschi passibile di fucilazione immediata. Il pomeriggio il sottotenente altoatesino delle SS Hans Tatoni entrò in cella per comunicargli che l’indomani mattina sarebbe stato fucilato nella piazza principale della città.
Appena vennero a conoscenza della condanna decretata dagli ufficiali tedeschi, i fascisti tifernati meno fanatici rimasero turbati. Si rendevano ben conto che l’opinione pubblica li avrebbe ritenuti corresponsabili dell’uccisione di un concittadino che, per quanto uomo di parte e di temperamento combattivo, era stimatissimo quanto a generosità, spirito civico e convinzioni patriottiche. Alcune testimonianze asseriscono che lo stesso Brighigna abbia tentato, senza successo, di far recedere i tedeschi dalla decisione presa. Il commissario prefettizio e segretario del Fascio Repubblicano Orazio Puletti tentò l’ultima carta: nel corso della notte si recò a Perugia per chiedere l’intervento di Armando Rocchi. Ma il Capo della Provincia, per quanto ritenesse la fucilazione un errore, asserì che a quel punto non c’era più modo di far cambiare idea ai tedeschi.
Intanto, nella tarda serata dell’8 maggio, a Città di Castello aveva avuto esito negativo anche il tentativo di mediazione del vescovo Filippo Maria Cipriani. Quando la sua proposta di tramutare la condanna a morte in deportazione in Germania sembrava far breccia negli ufficiali tedeschi, un graduato fascista forestiero insorse e pretese la morte di Gabriotti. A quel punto i tedeschi si limitarono a mutare solo le modalità della fucilazione, ordinando che fosse al petto, invece che alla schiena, e non nella piazza centrale.
Nel primo mattino del 9 maggio si mossero da Città di Castello due compagnie di militari nazi-fascisti: una di ordine pubblico della milizia fascista; l’altra di soldati italiani in divisa da SS e comandati da ufficiali tedeschi. Avevano il compito di rastrellare le alture tra Fraccano e la valle del Soara. Portarono con sé il condannato a morte e s’incamminarono per la strada di Belvedere. Quando fu all’altezza del cimitero, la colonna si fermò. Se ne distaccarono due squadre, che condussero Gabriotti lungo una stradicciola rurale verso il greto del torrente Scatorbia. Mentre alcuni militi stazionavano attorno, in posizione di vigilanza, il plotone di esecuzione lo fucilò. Gabriotti, che aveva inutilmente richiesto l’assistenza spirituale di un sacerdote prima di morire, rimase sereno fino all’ultimo.
Nell’esaltazione del momento, qualche fascista si vantò di aver fatto parte del plotone di esecuzione; e nell’immediato dopoguerra, nelle deposizioni rese agli inquirenti, altri fascisti avrebbero ammesso di aver fucilato Gabriotti, contribuendo con la propria testimonianza a ricostruire la composizione di quel plotone. Lo comandava un siciliano e ne facevano parte sei militi umbri e un sardo. Nessuno era tifernate. L’unico altotiberino che rimase a fianco di chi fece fuoco, e che raccolse le ultime parole e gli effetti personali di Gabriotti, fu il vice-comandante del presidio della GNR, Biagio Giombini.
Le successive ritrattazioni dei fascisti implicati, i quali attribuirono solo ai soldati tedeschi l’uccisione di Gabriotti, furono certo funzionali alle necessità della difesa processuale, ma non convincono ai fini della ricostruzione storica. Certo è, comunque, che il processo si concluse con l’assoluzione per insufficienza di prove dei militi fascisti accusati di aver fatto parte del plotone di esecuzione.
Per il testo integrale, con le note e i riferimenti iconografici, si veda il mio volume Guerra e Resistenza nell’Alta Valle del Tevere 1943-1944, Petruzzi Editore, 2016.
Le fotografie nel sito, se non dell’autore, provengono per lo più dalla Fototeca Tifernate On Line.
Si chiede a quanti attingeranno informazioni e documentazione di citare correttamente la fonte.