Atlante della Memoria

Alta Valle del Tevere 1943-1944

Mappa interattiva

Gli anni '60: cambiamenti e compimento dell'Unità

Il plebiscito e l’annessione al Regno d’Italia

Il plebiscito per sancire l’annessione di Città di Castello e dell’Umbria al Regno d’Italia fu convocato per il 4 e 5 novembre 1860. Potevano votare tutti gli uomini che godevano dei diritti civili e con almeno 21 anni di età. Bisognava esprimersi con un Si o un No sulla proposta “Volete far parte della Monarchia Costituzionale del Re Vittorio Emanuele?” Si poteva indicare la propria volontà con una scheda stampata o manoscritta.
L’impegno delle nuove autorità affinché il plebiscito avesse un esito positivo, non tanto per la scontata prevalenza dei Si, quanto per un massiccio afflusso alle urne, fu intenso e capillare. I sostenitori del cessato regime pontificio stavano individuando nell’astensione la forma più efficace per manifestare il loro dissenso; quindi solo un’elevata affluenza alle urne avrebbe significato una vera adesione allo Stato unitario.
Signoretti si rivolse ai tifernati con un manifesto che incitava alla libera e civile partecipazione elettorale e lanciava moniti contro i sabotatori del plebiscito.
La mobilitazione dei paladini dello Stato unitario e liberale fu notevole. Con l’ausilio di stampati, si passò casa per casa per fare opera di convinzione. Un volantino distribuito nelle campagne cercò di tranquillizzare la popolazione rurale sul rispetto di cui avrebbe continuato a godere la Chiesa, stimolando ad acquisire una visione laica dello Stato: “Non vi lasciate illudere dalla furbesca insidia con cui si tenta di farvi credere, che cessando il governo del Papa, vada a terra la nostra Religione. No; non è per accader nulla di tutto questo. Il Papa presiede alla Chiesa: e come Capo della Chiesa, sarà sempre Papa, sia che abbia, sia che non abbia il dominio temporale”.
Se nel clero c’era chi invitava nascostamente all’astensione, non mancarono pressioni a favore del Si da parte di possidenti sui propri coloni e di artigiani sui propri dipendenti. Il vescovo Letterio Turchi avrebbe sostenuto che molti erano andati a votare o perché “sedotti”, o perché “minacciati più o meno gravemente”; a suo dire le indebite pressioni avevano riguardato i dipendenti degli artigiani, “ingannati con tanti mezzi”, e soprattutto i contadini: “Il dirsi da un padrone al contadino ‘Se non voti, sei fuori del podere’ è tale una minaccia da porre in disperazione un povero capo di famiglia”.
Certo non piacque ai cattolici che pure molte donne, benché non potessero esprimere il voto, facessero sentire la loro voce a favore del Si.
Nel comune Città di Castello, nei due seggi del palazzo municipale e di Lugnano, si recarono alle urne 3.254 persone, il 59,87% degli aventi diritto: solo 10 schede avevano impresso il No; altre 10 furono giudicate nulle. Il successo dei Si fu ovunque schiacciante. Quanto alla partecipazione alle urne, fu di oltre il 79% degli iscritti al voto nella provincia umbra, di circa il 66% nel circondario tifernate, dove si raggiunsero percentuali elevate a Fratta (oltre l’87%), Montone (77,5%) e Citerna (76,4%), inferiori a Pietralunga (56%) e, soprattutto, a Sangiustino (36,6%).
L’annessione alla monarchia costituzionale – che i liberali considerarono “un miracolo” realizzatosi in soli 78 giorni – fu festeggiata sabato 10 novembre.
L’11 novembre si svolsero le elezioni amministrative per la scelta dei 30 consiglieri comunali e dei 4 che avrebbero rappresentato il territorio tifernate nel consiglio provinciale. La nomina del sindaco spettava al re. La scelta cadde su Orazio Alippi. Assai stimato in città, molto facoltoso, Alippi aveva fama di “persona di principi Italianissimj, di probità senza pari, e di una intelligenza non comune”.
 
L'articolo è un estratto, privo delle note che corredano il testo di Alvaro Tacchini nel volume: Alvaro Tacchini - Antonella Lignani, “Il Risorgimento a Città di Castello” (Petruzzi Editore, Città di Castello 2010).