Atlante della Memoria

Alta Valle del Tevere 1943-1944

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Gli anni '60: cambiamenti e compimento dell'Unità

Garibaldini tifernati nell'Agro Romano

Tra i garibaldini che combattevano nell'Agro Romano vi era un nutrito contingente di tifernati. Non si sa con precisione né come né quando lasciarono la città. Giuseppe Amicizia ne calcolò il numero in 99, tra cui un ufficiale. Le testimonianze di alcuni di essi provano come la spinta ideale non fosse supportata da un’adeguata dotazione di armi. La batteria di artiglieri garibaldini che si sarebbe distinta nella presa di Monterotondo era composta quasi completamente da volontari di Città di Castello: il sarto Augusto Gabriotti, il cappellaio Nazzareno Margni, i falegnami GioBatta Rossi e Carlo Tiberini, il calzolaio Domenico Carbini e gli altri artigiani Bartolomeo Borghi e Giovanni Simoncini. Una memoria scritta di Tiberini, in un italiano sgrammaticato, rivela come riuscirono a dotarsi di un paio di pezzi di artiglieria:
“Otto volontari sette di Città di Castello e uno di Santangiolo il Vado in Terni formano l’artiglieria per difendere Monterotondo, nel med. giorno andarono dal sig. Francesco Manni per domandargli se gli concedeva due piccoli pezzi che teneva come abellimento nella sua villa [erano residuati delle Cinque Giornate di Milano, n.d.a.] che lui a loro domanda come patriotta gli concesse quanto domandavano. Presi i detti pezzi si portarono in casa Faustini dove trovarono tutto locorente per fare le monizione per i detti pezzi. Il giorno doppo i med. si missero al opra ognuno al suo lavoro chi fondeva per le palle chi alle cariche di polvere chi ai stoppini perché non cera […] fulminanti e chi alle scatole a mitraglia. Il giorno doppo era tutto pronto per la partenza, per poi prendere per la linia di scandiglia”.
Lo stesso Garibaldi, nel ricordare la conquista di Monterotondo, il 26 ottobre, ammise l’entità del sacrificio richiesto ai suoi uomini: “L’impresa di Monterotondo è certamente una delle più gloriose per questi poveri e prodi volontari. In tutte le campagne in cui ebbi l’onore di comandarli, certamente non li vidi giammai sì travagliati dai disagi, dalla nudità e dalla fame. Eppure questi valorosi giovani, stanchi ed affamati, hanno compito in questa notte un sanguinoso e difficile assalto, come non avrebbero fatto meglio i primi soldati del mondo”. In una corrispondenza da Roma, la “Gazzetta di Colonia” avrebbe espresso stupore e ammirazione nel vedere lo stato dei garibaldini presi prigionieri in quella campagna militare: “la maggior parte in povere vesti e armati in modo da far stupire come poterono non solo opporre sì eroica resistenza a truppe regolari, ma che le avrebbero sconfitte senza l’aiuto de’ Francesi […]. Solo la causa per cui combattevano poteva ispirar loro un simile disprezzo della morte”.
Morte che colse il tifernate Giuseppe Segapeli in quella Monterotondo che i concittadini artiglieri contribuirono a conquistare, abbattendo “con rara precisione di tiro” la porta della cinta muraria. Nei giorni successivi altri volontari di Città di Castello si fecero onore tra Monterotondo e Mentana. Tra di essi l’ebanista Luigi Soleri, originario di Sansepolcro, che, sebbene rifiutasse per eccesso di modestia il grado di ufficiale, tuttavia era considerato tenente da Garibaldi. Ricevette un encomio per il coraggio dimostrato anche il sergente diciannovenne Pio Spaccialbello. Quanto agli arditi e improvvisati artiglieri, ecco come Tiberini raccontò un episodio che li vide a fianco di Garibaldi:
“Erano rimaste sole quattro granate di trentasei che ne conteneva il cofano nel momento della gran battaglia. Allora il Generale Garibaldi ci domandò quanto granate avete, allora risposto che se ne aveva sole quattro. Allora lui disse di tirare in quella direzione da lui indicata e fu eseguita, che lui disse a noi ‘guardate che questi vigliacchi fanno la ritirata’, preso sul segno noi in quel punto, allora disse Garibaldi ‘allegri giovanotti siamo vittoriosi anche oggi’”.
 
L'articolo è un estratto, privo delle note che corredano il testo di Alvaro Tacchini nel volume: Alvaro Tacchini - Antonella Lignani, “Il Risorgimento a Città di Castello” (Petruzzi Editore, Città di Castello 2010).