Atlante della Memoria

Alta Valle del Tevere 1943-1944

Mappa interattiva

Patrioti tifernati in armi e Giuseppe Garibaldi (1848-1849)

La difesa di Venezia

Altre vittorie austriache nelle settimane successive costrinsero Carlo Alberto a firmare, il 9 agosto, l’armistizio di Salasco. Mentre le città italiane che si erano liberate tornavano sotto il giogo austriaco, solo Venezia, sotto assedio da luglio, continuava a resistere. A difendere il forte di Marghera si trovarono anche Baldeschi, Tommasini Mattiucci e un folto gruppo di concittadini.
Dimostrarono grande spirito ideale, perché erano ben consapevoli dei limiti di quella guerra. Scrisse Baldeschi: “È certo che noi non abbiamo avuto ancora un generale che ci abbia saputo condurre” (6 giugno). Anche le diatribe politiche rischiavano di minare il morale di questi combattenti. Sono ancora parole di Baldeschi: “Venezia non vuol lasciare quel suo nome di Governo provvisorio di Repubblica, e vuol fare da se, Carlo Alberto non vuol sentire di Repubblica. […] Servendo Carlo Alberto, non sappiamo se si serve il difensore d’Italia, o un Re; servendo la Repubblica, non otterremo mai quello che si voleva. Queste gare sono e saranno sempre la rovina d’Italia. Io sto a vedere due altri giorni, e poi me la batto” (22 maggio). Inoltre si stava dissolvendo tra quei giovani volontari il mito di Pio IX: senza mezzi termini Baldeschi spiegò il perché: “[…] ha perduto, almeno qui, totalmente l’opinione buona che godeva, e a buon diritto, giacché fa vedere di essere imbecille” (10 agosto); e ancora: “È brutto quanto mai il sentire che [lo Stato Pontificio] non voglia aiutare quelli degli altri Stati (che si chiamano così gli altri italiani), che hanno avuto la disgrazia di essere oppressi: bravo Pio IX! questo è vero spirito evangelico! di cui esso è banditore!” (10 ottobre). Faceva male al cuore, inoltre, vedere che alcuni, persa ogni speranza o terrorizzati dalla durezza della guerra, decidevano di tornare a casa.
Eppure la speranza e la fede non venivano meno: “Io non so dove anderemo a finire, presentemente pare tutto disposto ad andare a rotta di collo; ma no, non ci anderà. Iddio è con noi, la Causa è Santa, più presto o più tardi si trionferà dal barbaro straniero, che colla sua presenza ha ammorbato la più bella parte della nostra Italia” (3 agosto). Ideali che sconfiggevano la paura: “Non puoi credere quello che si soffre la prima mezz’ora di fuoco, si suda freddo, si trema, poi non fa nulla”; “Anche Gildone Mattiucci ha fatto a schioppettate con la massima indifferenza e non glie n’è toccata nessuna, perché noi abbiamo la croce in petto, e tanto bastò per salvarci”.
A Marghera si coprì di gloria un altro tifernate, il capitano aiutante maggiore Urbano Gualterotti, figlio di quel Vincenzo che era stato tra i protagonisti dei fatti del 1831. Non era con i concittadini, ma comandava truppe regolari venete. Ricevette una medaglia d’oro al valor militare e fu insignito della cittadinanza veneta. Si narra che, tornato a Città di Castello, si sia poi dato agli studi chimici, preparando una nuova qualità di polvere da sparo a base di clorato di potassa che propose al governo italiano. Ma l’offerta non fu presa in considerazione, “perché la lettera, che la conteneva, non era scritta in carta da bollo!”.
In quell’estate alcuni volontari furono trasferiti a Bologna, secondo Baldeschi per essere inquadrati nel “Battaglione degli Studenti”: tra di essi Domenico Pazzaglia e Luigi Longini. L’8 agosto si ritrovarono a combattere con il popolo bolognese alla Montagnola per cacciare gli austriaci di città. Una battaglia sanguinosa alla quale partecipò pure Luigi Bufalini, che comandava allora un reggimento di linea. A Bologna cadde combattendo – la data esatta non è però certa – Luigi Longini. Rimase ferito il fornaio Angiolo Bizzirri, il quale, analfabeta, dettò queste annotazioni autobiografiche in una dichiarazione presentata per il riconoscimento del servizio: “[…] fece coraggiosamente tutte le Campagne della Lombardia, e nel ritornare sostenne anche in Bologna sanguinoso combattimento contro l’abborrito Nemico, ove mortalmente rimase ferito nella spalla destra, per cui stette per ben 40 giorni in evidente pericolo di morte, ma dietro chirurgica operazione maestralmente fattagli con l’estrazione di una parte dell’osso della medesima, ne venne liberato rimanendo però per la mancanza di essa impedito di lungamente fatigare”.
 
L'articolo è un estratto, privo delle note che corredano il testo di Alvaro Tacchini nel volume: Alvaro Tacchini - Antonella Lignani, “Il Risorgimento a Città di Castello” (Petruzzi Editore, Città di Castello 2010).