Atlante della Memoria

Alta Valle del Tevere 1943-1944

Mappa interattiva

Gli anni '30 dell'Ottocento

1831: il Memoriale di Città di Castello e la Guardia Nazionale

Il memoriale che i tifernati inviarono a Perugia l’11 marzo rivela quanto fossero precari i rapporti con il capoluogo e, nel contempo, quanto si stesse consolidando a Città di Castello una visione autonomistica e federativa delle relazioni provinciali. Il documento espose “con nobile franchezza” i punti irrinunciabili per dar vita all’auspicata Federazione:
 “1 A norma degli antichi diritti di questa città si ristituisca al nostro Giudice la illimitata civile giurisdizione con la cumulativa cognizione delle cause d’interesse dell’Erario.
2 La Direzione di Polizia delle Comunali Amministrazioni de pubblici stabilimenti, salva la congrua uniformità nazionale debba esclusivamente dipendere dal nostro Comitato.
3 Gli editti, e le notificazioni delle SS. LL. Ill.me dovranno esclusivamente inviarsi a questo Comitato, il quale avrà la prudente cura di diramarle a chi si spetta per la promulgazione.
4 Sarà garantita la dipendenza da questo Comitato delle Comuni già comprese nel nostro Governo Distrettuale, e le SS. LL. Ill.me le richiameranno all’usata dipendenza.
5 Il versamento delle pubbliche rendite di questa città si farà nella cassa centrale della Provincia […] tranne la somma di mensili scudi 300 che si riterranno dal nostro Comitato per provvedere alle spese di Polizia, di armamento, e di qualunque altro straordinario titolo, occorrenti a tutela della pubblica sicurezza […].
6 Città di Castello si riserva il diritto di mandare il suo Deputato.
7 Ogni tassa provinciale deve essere discussa, ed approvata dai Deputati dell’intera Provincia muniti di speciale mandato dei rispettivi Comitati”.
Il Comitato di Perugia rispose al memoriale tifernate tre giorni dopo, con una lettera di caldo invito a rimuovere ogni elemento di sospetto e di discordia. Ma l’intento di marciare uniti stava per essere vanificato dai contrasti sulla gestione della Guardia Nazionale. Il Comitato di Perugia richiese sin da febbraio l’invio da Città di Castello di un reparto di una quarantina di militi da impiegare in servizio di ordine pubblico in zone di confine. I tifernati tergiversarono a lungo, temendo di lasciare sguarnito e senza protezione il territorio.
Tale atteggiamento finì con l’esasperare il Comitato perugino e lo stesso rappresentante tifernate Vincenzo Gualterotti. Ma a quel punto entrò finalmente in scena il comandante della Guardia Nazionale Luigi Bufalini, che in città era a contatto con gli ambienti più patriottici e che doveva aver raccolto nella milizia i più pronti all’azione. Bufalini disse che chi si era arruolato volontario “voleva uscire in marcia a servizio comune” e che, “sparsa la voce di sospenderne la spedizione, [il reparto] si protestava pronto a fuggir dietro al vessillo nazionale, o a destare sediziosi tumulti in Città, non avendo che perdere”. A quel punto anche i moderati del Comitato tifernate si convinsero dell’opportunità di ordinare l’immediata partenza della Guardia Nazionale. L’indomani i 46 militi si misero in marcia – “tutti in uniforme e in arme con decenza” – al comando di Bufalini. Sarebbero stati dislocati nei pressi di Acquapendente.
La notizia venne accolta con soddisfazione da Perugia, che comprese la preoccupazione dei tifernati di veder città e contado non adeguatamente pattugliati da forze dell’ordine e decise l’invio di gendarmi a rinforzo della guarnigione locale.
 
L'articolo è un estratto, privo delle note che corredano il testo di Alvaro Tacchini nel volume: Alvaro Tacchini - Antonella Lignani, “Il Risorgimento a Città di Castello” (Petruzzi Editore, Città di Castello 2010).