Atlante della Memoria

Alta Valle del Tevere 1943-1944

Mappa interattiva

Congiure e Carboneria

I primi congiurati (1814-1815)

La restaurazione della sovranità pontificia dopo l’epoca napoleonica mise a rischio di misure repressive i più convinti sostenitori del cessato regime. L’affiliazione di molti di essi alla massoneria dette l’opportunità di mantenere nascostamente legami organizzativi e di tramare un’attività cospirativa. Intanto prendeva corpo, come emanazione della massoneria, quella rete di sette carbonare che avrebbe recitato un ruolo di primo piano nella fase iniziale del Risorgimento.
Un alone di mistero nasconde ancora la nascita e la ramificazione di questi nuclei di congiurati, che incutevano tanto timore nei sovrani italiani da indurli ad emanare, tra la primavera e l’estate del 1814, rigorosi provvedimenti per proibire ogni forma di aggregazione segreta. L’editto di papa Pio VII è del 15 agosto di quell’anno.
A giudicare da un rapporto del responsabile dell’ordine pubblico a Città di Castello, nel maggio 1815 il governo pontificio aveva di che temere pure in questa terra di confine, emarginata fra gli Appennini e lontana da Roma. La “Nota de’ Framassoni e partitanti francesi nemici del governo pontificio in Città di Castello” elencava più di una trentina di tifernati da dover tener d’occhio, inclusi alcuni sacerdoti. [...].
Poche settimane prima gli oppositori di Città di Castello non avevano esitato a mettersi in azione, allarmando il giusdicente Paolo Vincenzo Barbi: “Li partitanti dell’estinto Governo, che qui pure non mancano d’esservi, tornano di nuovo ad elettrizzarsi, e sulle lusinghe di vedere in breve qualche altra variazione, osano di turbare la pubblica tranquillità e col fatto e con infami scritti”. In piena notte alcuni di essi avevano osato schernire il vescovo, intonando sotto il suo palazzo la “Carmagnola”, canto popolare francese assai popolare durante i rivolgimenti di fine ‘700 e divenuto inno rivoluzionario. Inoltre avevano sparso per le strade della città un “foglio settario” che chiamava i “Framassoni” a mobilitarsi per la mezzanotte “in Piazza di sopra con armi da fuoco e da taglio (essendo in numero di 74) per fare nuove feste e collocare le armi di Napoleone, suo Dio e Rimuneratore Supremo”. I congiurati minacciavano addirittura di colpire il vescovo Francesco Antonio Mondelli, accusato di “pertinacia e ostinatezza”.
Le autorità pontificie ritenevano di avere la situazione sotto controllo, tanto da evitare misure repressive brutali e su vasta scala. Incaricarono il capitano Francesco Lignani di costituire un corpo di volontari, “individui onesti e prudenti” scelti fra gli artigiani, per pattugliare di notte la città e prevenire disordini. Nel contempo sarebbero stati posti sotto attenta sorveglianza i sospetti “settari”. Parve nutrire maggiori preoccupazioni il vescovo Mondelli: “[…] questa città, come meno esposta e men sorvegliata, è al presente divenuta il nido di simili soggetti che da varie parti qui concorrono ai loro complotti: lo che mi dà molto a temere qualora non si prendano le opportune e troppo necessarie misure”.
Il nucleo di cospiratori tifernati fu messo a repentaglio dalla delazione di Pietro Scagnetti, un infiltrato, o traditore, di Fratta, l’odierna Umbertide. In una relazione inviata al delegato apostolico, Scagnetti rivelò una ramificazione di congiurati che operava in tutta l’Alta Umbria, con basi a Città di Castello, Fratta, Montone e Gubbio e contatti con Spoleto, Fabriano, Urbino e Rimini. La centrale operativa segreta era a Perugia, dove i capi della loggia massonica – scrisse il delatore – “formano tutti li piani colli Bolognesi e Milanesi ed ogni settimana si raddunano in un casino posto in Porta Sant’Angelo”. Scagnetti parlò anche di un vero e proprio arsenale in loro possesso: 200 fucili nascosti dapprima alla Pieve de’ Saddi, in territorio di Pietralunga, poi trasferiti presso la Rocca d’Aries, a Montone.
La spiata di Scagnetti, che godeva di pessima fama tra le autorità di Città di Castello, non parve del tutto credibile. Così le autorità pontificie si limitarono a stringere il controllo sui sospetti cospiratori, la cui ostilità al legittimo governo era indubbia: “In affari di opinione il miglior compenso mi sembra quello di far sorvegliare sulla condotta di costoro, per poi – in caso di qualunque loro piccola mancanza – punirli severamente”.

L'articolo è un estratto, privo delle note che corredano il testo di Antonella Lignani nel volume Alvaro Tacchini - Antonella Lignani,“Il Risorgimento a Città di Castello” (Petruzzi Editore, Città di Castello 2010).