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Patrioti tifernati in armi e Giuseppe Garibaldi (1848-1849) - Storia Tifernate e altro di Alvaro Tacchini

Atlante della Memoria

Alta Valle del Tevere 1943-1944

Mappa interattiva

Patrioti tifernati in armi e Giuseppe Garibaldi (1848-1849)

La spedizione in Veneto nel 1848

Nel 1848, in un’Europa in tumulto, dopo le insurrezioni anti-austriache di Venezia e Milano, il re di Sardegna Carlo Alberto mosse guerra all’Austria. Alla fine di marzo, l’invasione del Lombardo-Veneto da parte delle truppe sabaude parve segnare l’avvio della liberazione del territorio italiano dall’occupazione straniera. Tali erano le attese in tutta la Penisola di quanti nutrivano la speranza di un Risorgimento italiano che anche il papa, il granduca di Toscana e il re delle Due Sicilie furono spinti a inviare truppe a sostegno dei piemontesi. Grande fu il fermento tra i patrioti dei vari Stati italiani, molti dei quali si offrirono di combattere.
Testimonianza assai significativa della partecipazione dei volontari di Città di Castello alla prima guerra di indipendenza è offerta dal volume Una pagina di patriottismo umbro,scritto dal letterato Pietro Tommasini Mattiucci sulla base delle lettere inviate ai famigliari da Giuseppe Baldeschi, soprattutto, e da Leovigildo Tommasini Mattiucci. Entrambi servirono come ufficiali nei reparti volontari dei “crociati pontifici” che si mossero alla volta del Veneto.
Partirono a piedi da Città di Castello il 9 aprile, “con un tempo da lupi”, senza armi, malamente vestiti, parecchi privi di scarpe, o con indosso calzature di seconda mano: solo i benestanti avevano acquistato in proprio l’equipaggiamento. Li sospinse l’entusiasmo della popolazione, che a Sangiustino, Mercatello, Sant’Angelo in Vado e Urbino andò loro incontro al suono delle bande municipali, offrendo qualcosa da mangiare. Marciarono fino a Pesaro, congiungendosi con i reparti di altre città, poi proseguirono per Cesena, Imola (dove ebbero finalmente scarpe nuove, camicia e calzoni), Bologna, Rovigo (“non saprei descrivere le feste che ci fecero”, scrisse Baldeschi) e finalmente Padova, con una prima visita a Venezia.
Era il 6 maggio. Nel frattempo, però, Pio IX aveva rinnegato la scelta di entrare in guerra, inducendo anche Ferdinando II di Borbone a fare lo stesso. Molti reparti pontifici e napoletani decisero comunque di continuare a combattere al comando rispettivamente dei generali Giovanni Durando e Guglielmo Pepe. Tra costoro vi era il nutrito gruppo di tifernati. Alcuni ebbero il battesimo del fuoco a Cornuda, tra l’8 e il 9 maggio: “Hanno fatto 12 ore di fuoco, digiuni, senza aver dormito”, si legge in una lettera di Baldeschi. Ma il coraggio non bastò: una sconfitta che seminò amarezza anche perché mise a nudo la carenza di collaborazione tra Durando e l’altro generale romano Andrea Ferrari. Sul campo di battaglia di Cornuda restarono i corpi di Pasquale Baldacci e Tommaso Canonichesi.
Alcuni successi dei piemontesi fecero sperare, in quel maggio, che la guerra potesse essere vinta. Invece scattò la controffensiva degli austriaci, che riconquistarono Vicenza il 10 giugno. Il fornaio Vincenzo Banicchi riferì all’amico Tommaso Lignani il triste esito di quello scontro:
“Mi sono trovato nella battaglia di Vicenza di Sabato la Vigilia di Pasqua, incominciò il combattimento alle ore 4 della mattina, e terminò alle ore 9 della sera, non potete immaginare un combattimento sì accanito non fu mai sentito. Le bombe le cannonate li razzi […] le medraglie era una pioggia continua, il monte Berico fu perduto, alle ore otto fu inalzata la Bandiera Bianca e fu capitolato di sortire dalla Città con tutti gli onori militar armi e bagaglio e per tre mesi non podere combattere contro l’Austria. I Tedeschi erano al numero di sessanta cinque mila e li nostri erano quindici mila, la perdita fu al nemico circa novemila uomini di noi duemila, sono anche io restato ferito ma lievemente nel occhio sinistro, di Città di Castello ne sono morti due […]”.
Uno dei due caduti tifernati era il sergente volontario Luigi Decio Castori. Nel confermare la notizia della sua morte ai propri famigliari, Baldeschi volle ribadire la giustezza della causa per la quale si stavano sacrificando: “[…] la nostra libertà bisognava conquistarsela col sangue, molto ne è stato sparso, e se questo ancora non basta, se non è prezzo adeguato, ci sono molti che sono ancora pronti a pagarlo” (27 giugno).
 
L'articolo è un estratto, privo delle note che corredano il testo di Alvaro Tacchini nel volume: Alvaro Tacchini - Antonella Lignani, “Il Risorgimento a Città di Castello” (Petruzzi Editore, Città di Castello 2010).