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Patrioti tifernati in armi e Giuseppe Garibaldi (1848-1849) - Storia Tifernate e altro di Alvaro Tacchini

Atlante della Memoria

Alta Valle del Tevere 1943-1944

Mappa interattiva

Patrioti tifernati in armi e Giuseppe Garibaldi (1848-1849)

Sconfitti a Venezia

Durante l’estate un nuovo nemico finì con il prostrare i difensori di Venezia: un’epidemia di febbre. Impressionano le notizie che Baldeschi inviava a Città di Castello: “Le nostre Caserme sono tanti ospedali, se ne sono ammalati più di due terzi colle febbri” (24 luglio); “Or ora non ci è più chinino per troncare le febbri, e la china non fa effetto. Poveri soldati!” (18 settembre); “Ho avuto quattro giorni la febbre, terribile; mi prese al forte O, dove non avevo né letto né brodo né acqua, basta, niente del tutto; come Dio ha voluto, mi potei condurre a Marghera, stetti lì un giorno all’ospedale, presi la china, e le febbri non mi sono ritornate più. Solamente mi hanno lasciato tanto debole, che niente di più […] I nostri Reggimenti sono composti di tanti scheletri ambulanti” (20 settembre). A ottobre si ammalano anche Leovigildo Tommasini Mattiucci e Luigi Bufalini: “Siamo fatti così magri, che non ci riconoscerete più” (23 ottobre); “Il nostro Reggimento si è quasi disciolto, attese le malattie” (27 ottobre).
Le lettere che giungevano da Città di Castello non aiutavano a tirarsi su di morale: “Nuove dalla patria non potrei dartene, giacché in cose specialmente politiche pare qua tutto finito, e non regna che il languore e la melanconia” (19 ottobre). In tale scenario, e ridotti così male nel fisico, anche per i volontari più tenaci non si prospettò altra soluzione che il congedarsi: “Quando mi presentai al Colonnello, mi disse che non avevo bisogno di attestato del medico: tanto mi hanno sciupato queste maledette febbri!” (31 ottobre).
A novembre Baldeschi, Tommasini Mattiucci, Bufalini e altri valorosi compaesani tornarono a Città di Castello. Erano in condizioni penose. Il medico condotto di Sangiustino ne soccorse alcuni che vide scendere lungo la strada di Bocca Trabaria. Li trovò “malati tutti di febbre, ed essendo impossibilitati camminare a piedi per l’indicata malattia nonché per ostruzioni ai visceri addominali”. Uno degli infermi non riuscì a tornare: Tommaso Mancini, detto “il figlio della Rosa”. La malattia gli fu fatale a Venezia; pochi giorni prima di morire aveva chiesto, attraverso una lettera di Baldeschi, la benedizione della mamma. Di un altro volontario deceduto in quel 1848, Stefano Picchi, non si hanno altre notizie se non il nome.
Intanto Venezia continuava valorosamente a resistere all’assedio. Si sarebbe arresa solo il 23 agosto 1849.
 
L'articolo è un estratto, privo delle note che corredano il testo di Alvaro Tacchini nel volume: Alvaro Tacchini - Antonella Lignani, “Il Risorgimento a Città di Castello” (Petruzzi Editore, Città di Castello 2010).