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Gli eventi del 1846-1849 - Storia Tifernate e altro di Alvaro Tacchini

Atlante della Memoria

Alta Valle del Tevere 1943-1944

Mappa interattiva

Gli eventi del 1846-1849

La Repubblica Romana

Lo stato d’animo incandescente di quei giorni si materializza l’11 febbraio con il ritorno in piazza Vitelli (ora Matteotti) dell’Albero della Libertà, come nel 1798. Un manifesto volle comunicare ai tifernati l’inizio di una nuova era, inaugurata dalla proclamazione della forma repubblicana: “Si festeggi pertanto il principio di un’Era sì bella; s’illumini questa sera la Facciata delle Case, innalzando l’Albero della Libertà tra le armonie della Banda, il suono delle Campane e lo sparo de’ mortari. […] Cittadini, ogni gioia sarebbe amareggiata, ogni sperato bene potrebbe sparire, se tra noi non regnasse quell’amore Fraterno che forma l’essenza del Governo Repubblicano; perciò ognuno si diporti con quella civiltà di cui ha dato luminoso esperimento nelle pubbliche Feste e nelle recenti Elezioni; perciò nessuno, così speriamo, sarà insultato o per Classe a cui appartenga o per opinioni politiche che abbia manifestato. Cittadini rammentate che la nostra causa sì nobile, si deturperebbe se si commettessero azioni vili”.
Il 15 marzo si svolge a Perugia il congresso dei Circoli umbro-sabini. Viene votato all’unanimità un “Indirizzo a tutti i sinceri cattolici di tutte le nazioni”, ai quali ci si rivolge chiamandoli: “Fratelli nella fede”. In questo vero e proprio manifesto programmatico, in cui sono esposte le ragioni delle scelte liberali, aprendo il dialogo con i fedeli, i delegati fanno solenne professione di fede cattolica, ricordano le sofferenze dell’Italia e le ingiustizie che ha dovuto subire nei secoli; ricordano anche i meriti di Pio IX, la cui comparsa sulla scena della storia aveva avuto le caratteristiche di un miracolo.
Ma intanto, a parte le manifestazioni rituali di affetto verso il pontefice e l’ossequio verso la religione, le disposizioni del primo governo della Repubblica Romana in tutto lo Stato ebbero un carattere decisamente laico, e riguardarono in primo luogo l’incameramento dei beni ecclesiastici (21 febbraio), l’abolizione della giurisdizione episcopale sulle università e sui collegi e l’imposizione del prestito forzoso alle famiglie più ricche e alle maggiori società commerciali e industriali (25 febbraio), la solenne abolizione del Sant’Uffizio (27 febbraio), l’annullamento di ogni privilegio del clero regolare e secolare (3 marzo), la soppressione della censura preventiva per genere di stampe e incisioni, la vendita dei beni delle manomorte (5 marzo). Di tutte queste disposizioni si ebbe eco anche a Città di Castello, nonostante la lentezza delle comunicazioni proprie dell’epoca.
Uno dei problemi più scottanti per la Repubblica Romana, ereditato dalla precedente gestione e acuito dalla soppressione delle tradizionali tasse sul macinato e di barriera, era quello finanziario, che poteva essere risolto solo facendo leva sui beni ecclesiastici, utilizzandoli come garanzia per i buoni del tesoro. Mentre il 14 febbraio una circolare del ministero dell’Interno proibiva ogni alienazione di questi beni, ma ne ordinava solo un inventario, il 21 febbraio l’Assemblea ne decretò l’incameramento. Il 14 marzo il governatore distrettuale supplente di Città di Castello, Marco Sfrilli, impose che il decreto dell’Assemblea Costituente sulla alienazione dei beni ecclesiastici, venisse subito eseguito.
Intanto le vicende incalzavano. Il 20 marzo Carlo Alberto aveva ripreso la guerra, ed il 21 marzo il comitato esecutivo romano, “considerato che è debito sacro di ogniItaliano concorrere per guerra d’Indipendenza”decide di mobilitare la Guardia Nazionale e i volontari. I documenti d’archivio ci conservano i nomi degli arruolati nella Guardia Nazionale o civica a Città di Castello; nell’elenco troviamo nomi che ricorrono nelle vicende del periodo. La I compagnia è guidata da Vincenzo Mancini-Sernini. La II da Luigi Bufalini: la III da GioBatta Gnoni, capitano. A capo della IV compagnia vi è Antonio Sediari. Vi sono molti nomi di persone provenienti anche dalla frazioni più periferiche, come Morra, Bonsciano, San Leo Bastia, Petrelle, Volterrano, Croce di Castiglione.
La sconfitta di Carlo Alberto e delle truppe piemontesi giunge quasi immediata, il 22-23 marzo.
Intanto la vita della Repubblica Romana volgeva al termine. Una commissione a Città di Castello il 26 maggio si impegnò a raccogliere denaro ed oggetti per soccorrere le necessità della Repubblica; aderirono anche alcuni ordini religiosi e sacerdoti; furono donati gioielli, lenzuola, armi, posate d’argento. Il Circolo Popolare (29 aprile) e il Municipio di Città di Castello (8 maggio) avevano già espresso la loro solidarietà alla Repubblica con proclami di fuoco, nel momento in cui avevano saputo della sbarco delle truppe francesi. Il governo transalpino viene definito “apostata e liberticida”; ed in effetti gli esponenti della Repubblica Romana a buon diritto rimproveravano alla Francia, anch’essa retta a repubblica e che affermava nella sua costituzione di voler essere sempre dalla parte di coloro che combattevano per la libertà, un atteggiamento se non proditorio per lo meno ambiguo.
 
L'articolo è un estratto, privo delle note che corredano il testo di Antonella Lignani nel volume Alvaro Tacchini - Antonella Lignani,“Il Risorgimento a Città di Castello” (Petruzzi Editore, Città di Castello 2010).