Atlante della Memoria

Alta Valle del Tevere 1943-1944

Mappa interattiva

I fabbri del XIX secolo

Il primo Ottocento

Il censimento industriale ordinato nel 1824 dalla Delegazione Apostolica di Perugia rilevò che in città il mestiere di fabbro si esercitava “con riputazione”, ma – si legge nella relazio­ne – “li manifattori per lo più capi di queste botteghe non ritengono al metodo delle grandi fabbriche”. In effetti essi vivevano alla giornata, ricavando modestissime soddisfazioni economiche dalle esigue...

Lorenzo Beni

Il fabbro che, prima dell’Unità d’Italia, più a lungo restò al servizio della Cattedrale fu Lorenzo Beni, di cui si conservano note e fatture rilasciate dal 1815 al 1860. Non le scris­se lui, però, perché analfabeta. La Cattedrale e i suoi annessi richiedevano una notevole varietà di lavori; il genere di riparazioni commissionategli contribuisce quindi a far luce sul mestiere del fabbro a...

I fabbri alla metà dell’‘800

A metà dell’Ottocento si contavano in città poco meno di una ventina di fabbri ferrai. A parte Luigi Leomazzi, Francesco Pennacchi e Antonio Moretti, gli altri conducevano una vita stentata. Questi “artisti” – riconoscevano le autorità municipali – “ritraggono appena una giornaliera mercede”, guadagnando il minimo ne­cessario “per alimentare se stessi, e la propria famiglia”....

Francesco Pennacchi

Verso la fine degli anni ’50 le uniche officine di una certa consistenza erano quelle di Luigi Leomazzi e Francesco Pennacchi, socio – questi – per diversi anni di Antonio Moretti. In quell’ultimo scorcio di sovranità pontificia, si trattava delle sole botteghe che godessero di sufficienti entrate per poter pagare le tasse governative d’esercizio. Inoltre, con Beni or­mai vecchio, finirono con l’ereditare...

Luigi Leomazzi e l’arte del ferro battuto

Figura leggendaria dell’artigianato tifernate è Luigi Leomazzi. Proveniva da una famiglia di fabbri del quartiere San Giacomo: suo padre Giuseppe e il di lui fratello GioBatta. Giuseppe avviò all’arte i tre figli, ma ne seguì le orme solo Luigi, perché Silvestro e Benedetto diventarono l’uno sacerdote, l’altro cappellaio. Oltre al mestiere, Luigi ereditò dal pa­dre il soprannome di “Moccolino”....

Il ferro battuto

La lavorazione artistica del ferro, già praticata su ampia scala nel XIII secolo in Francia, Spagna, Inghilterra e Germania, si diffuse in Italia nel Trecento. Le tendenze architettoniche dei vari periodi ne influenzarono lo sviluppo: nelle botteghe dei fabbri presero forma cancellate, grate, porte, lanterne, roste, balaustre e molti altri elementi ornamentali di pa­lazzi e chiese. Si facevano in ferro battuto, ol­tre a qualche strumento...

Guglielmo Vincenti

I cambiamenti politici e istituzionali prodotti dall’Unificazione italiana non scossero subito le acque stagnanti dell’artigianato del ferro. A Leomazzi e Pennacchi si affiancarono le botteghe di Giacomo Ricci e di Guglielmo Vincen­ti: quest’ultima, destinata a una vita più che centenaria, avrebbe acquisito, per prima in tale settore, una dimensione di vera e propria azienda, prefigurando nuovi orizzonti pro­duttivi...

Fabbri e meccanici di fine ‘800

Nell’ultimo scorcio del secolo, non esistevano altre officine di apprezzabile consistenza, oltre a quella di Vincenti. Il censimento del 1881, infatti, rivelò ancora una realtà di minuscole botteghe artigianali: si contarono nel territorio comunale 109 fabbri ferrai, di cui “53 padroni e 56 giornalieri”. Erano però pochi gli artieri che, o per le di­mensioni dell’officina o per la qualità dei...