Atlante della Memoria

Alta Valle del Tevere 1943-1944

Mappa interattiva

Riconoscimento delle qualifiche di partigiano

Gli sbandati

Nell'immediato dopoguerra venne riconosciuto un sussidio ai militari che, in seguito al disgregamento del loro corpo di appartenenza dopo l'armistizio, scelsero di restare nascosti alla macchia, pur non entrando a far parte delle formazioni partigiane. Il cosiddetto “premio di sbandamento” in qualche modo riconosceva a questi militari il merito di essersi rifiutati di aderire alle forze armate del fascismo repubblicano e di combattere a fianco dei tedeschi.

Si tratta di un numero ingente di uomini. Lo provano i verbali delle commissioni comunali che tra il 1945 e il 1946 deliberarono la concessione del sussidio. A rivelare la vastità del fenomeno nell'Alta Valle del Tevere sono i dati, molto emblematici, dei tre comuni montani di Caprese Michelangelo, Pietralunga e Monte Santa Maria Tiberina. In questi territori si annidarono cospicue bande di partigiani e parecchi loro residenti vi aderirono. Tuttavia su quelle alture trovarono rifugio molti altri sbandati. A Caprese Michelangelo si possono quantificare in 137 coloro ai quali venne riconosciuto il sussidio. a Monte Santa Maria Tiberina gli “sbandati isolati”, non partigiani, furono almeno 53. Quanto a Pietralunga, presentarono richieste di sussidio una trentina di sbandati non partigiani.

Uno sguardo alle loro domande – in genere compilate con l'aiuto di un funzionario comunale – ci cala in questo mondo di fuggiaschi: “Sono vissuto sempre alla macchia per sfuggire alla cattura” (Dino Bagiacchi); “Mi tenni appartato e spesso nel bosco per non farmi prendere” (Isolino Bagiacchi); “Nei giorni di maggior pericolo ho dovuto vivere alla macchia da isolato e approvvigionato dalla mia famiglia” (Americo Valli); “Dovetti subito darmi alla montagna perché i tedeschi facevano continui rastrellamenti e vi rimasi fino alla loro ritirata dal territorio di Pietralunga” (Ottavio Bagiacchi). Alcuni sottolinearono di essere rimasti sbandati “per non servire il tedesco”.

Molto emblematica del clima dell'epoca e dei tormenti che spesso accompagnarono la scelta di rendersi irreperibili è la lettera inviata dall'artigliere ventenne Lorenzo Palazzoli al sindaco di Monte Santa Maria Tiberina. Scrisse: “Sorta la repubblica fui subito chiamato a farne parte. Le chiamate, le minacce, furono tante, come tutto Trevine può testimoniare. Alla mia famiglia le fu tolta la tessera di macinazione, le tessere dei grassi e le fu persino impedito di uccidere il maiale nel mese di gennaio. Restai per cinque mesi nascosto; ma in seguito, per impedire male peggiori mi presentai”. Dopo due mesi di servizio nella Guardia Nazionale Repubblicana di Città di Castello, Palazzoli tornò di nuovo e definitivamente alla macchia. Ne subì ancora le conseguenze la famiglia, che però tenne duro: “All'ufficio di Monte Santa Maria Tiberina fui denunciato come traditore, la mia famiglia fu minacciata, con l'imposizione, che se non mi avessero rimandato alla Bilinciana [termine dialettale con il quale veniva identificata la milizia fascista repubblicana], avrebbero portato via mio padre e nonostante tutto ciò i miei e io fummo fermi nella decisione presa e non mi presentai più sebbene con grave rischio della mia vita e dei miei cari”. Palazzoli infine ribadì le ragioni della sua richiesta di sussidio: “Sono rimasto quindi sette mesi sempre alla macchia, senza poter fare nessun lavoro, correndo gravi pericoli, mentre molti dei miei compagni non sono mai stati ricercati e potevano accudire al loro lavoro”.

 

Per il testo integrale, con le note e la fonte delle illustrazioni, si veda il mio volume Guerra e Resistenza nell'Alta Valle del Tevere 1943-1944, Petruzzi Editore, 2016.