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Gli altotiberini in guerra - Storia Tifernate e altro di Alvaro Tacchini

Atlante della Memoria

Alta Valle del Tevere 1943-1944

Mappa interattiva

Gli altotiberini in guerra

Guerra o non guerra: opinioni di soldati

Le ragioni a favore della guerra

Mentre svolgeva ancora l’addestramento preparatorio alla partenza per il fronte, il soldato di Selci Luigi Leonardi si interrogava sulla guerra. Devoto cristiano, viveva quell’“orrendo spettacolo raccapricciante” con abbandono alla volontà divina. Amava la musica e, da musicista autodidatta, componeva walzer, polke e mazurche; solo questa “arte divina” riusciva a riempirgli l’animo di gioia. Provava un affetto intenso per la fidanzata Titina, ma accettava, per la Patria “cara e amata”, di compiere dapprima “il dovere di italiano per poi compiere quello di marito”. Anche i suoi cugini, emigrati in Francia, combattevano sul fronte occidentale europeo “per scacciare e per vincere il barbaro tedesco”.

Prima di raggiungere il fronte, Leonardi annotò queste riflessioni:

“1916, 8 aprile venerdì, Viareggio.

Riflessione. Parecchie volte e con parecchie persone ho dovuto accalorarmi in discussioni riguardo alla guerra dell’Italia nostra. In tutte queste discussioni ho rilevato e mi si è rilevato come e quanto sia stupido, imbecille e ignorante l’uomo quando è egoista. Da uno mi sento dire: ‘La nostra guerra è ingiusta perché noi non si doveva farla avendo veduto il danno che arrecava alle altre Nazioni’. Ma allora, forse, le altre, sono giuste? Una Germania che straccia trattati, che distrugge piccole nazioni perché leali, che ammazza popolazioni inermi, distrugge perché il possessore, amandole come cose le più care, sia costretto a ritirarsi e ad abbandonarle per non vederle distrutte, fa una guerra giusta e civile? Un’Austria che scatena una guerra così immane e terrificante per avere la gioia di punire una piccola nazione come la Serbia perché due o tre serbi hanno ucciso un suo principe abbastanza refrattario alle leggi libere e civili fa una guerra giusta e civile? Una Bulgaria che tradisce i suoi salvatori e fratelli di razza per avere un premio dal vincitore che crede sia il germanesimo fa una guerra leale e giusta? Che forse queste nazioni non sacrificano migliaia, centinaia di migliaia e milioni di uomini per un sogno di egemonia e di imperialismo nella disgraziata e vecchia Europa? Forse i tedesco-austro-bulgari-turchi perché nostri nemici non muoiono? Risorgono a far fiorire come prima della guerra l’agricoltura e l’industria di queste nazioni? Io credo che non possiamo gloriarci di combattere dei nemici che si sono macchiati di tutte queste infamie. Mi rispondono: ‘Ma che gloriarci, quando sono morto io non mi curo più di civiltà e di libertà di nazioni e di popoli’. Questo è vero che tu non senti più nulla, ma morirai sempre con più onore di quello che muore per una palese causa ingiusta e vile come il tedesco ecc. Ma forse, se un cane idrofobo o un animale feroce scappasse per la città e per il paese e compisse le sue stragi di bimbi, di vecchi, di donne ecc., tu, o uomo, perché corri il pericolo di rimanere vittima di questo animale che ha seminato orrore e terrore per essere scappato improvvisamente in paese, perché corri pericolo, come ho detto, non prenderesti un’arma per correre ad arrestare, volevo dire sopprimere, questo animale furibondo, insieme agli altri uomini più generosi, di te, ma pochi, cioè insufficienti al bisogno? Dimmi, o uomo, tu faresti questo? […] Per me, l’uomo è uomo quando affronta e combatte un uomo che vuol schiacciare e sottomettere un altro uomo, altrimenti è un essere egoista, vile e pusillanime, e indegno di vivere fra gli uomini”.

 

La vergogna della guerra

Il 25 novembre 1915, in partenza per il fronte, il tipografo tifernate Aspromonte Bucchi, dirigente socialista, inviò questa lettera alla redazione de “La Rivendicazione” e, attraverso il giornale, a tutti i compagni di partito:

“Carissimi compagni […] parto tranquillo, sicuro di aver compiuto intero il mio dovere di socialista e di lavoratore, conscio di aver tenuta sempre alta la bandiera del Partito al quale da tredici anni mi onoro di appartenere, ed al quale, in questo momento, dolorosa anzichenò, riconfermo la mia piena solidarietà. Parto con la ferma convinzione che presto dovrà finire questa vergogna dello Stato Civile e che quindi giorni migliori arrideranno alla Umanità intera col trionfo immancabile del Socialismo! E con questo santo nome su le labbra, o compagni carissimi, v’invio di nuovo il mio sincero saluto, con l’augurio che al mio ritorno, io trovi ancora in vita questo giornale, per proseguire insieme le belle e civili battaglie del Lavoro e dell’Ideale”.

 

Un tremendo castigo voluto da Dio

Un fervente cattolico, di cui è noto solo il nome di Beppe, scrisse a un canonico di Città di Castello:

“Io sempre al solito posto, sempre bene, sempre tranquillo e lieto come se mi ospitasse un magnifico palazzo ed avessi per me le migliori comodità! Eppure è la guerra, eppure si fatica, si suda, si passano giornate illividiti per lo spavento; si vedono gli orrori della guerra, si provano in noi stessi e mai davvero ho gridato: Evviva la guerra!! come i tanti strilloni a buon mercato, che hanno sempre avuto bisogno di qualche scusa per fare del chiasso e non trovando altro di nuovo, hanno detto che la guerra è un bel male, e se ne sono addimostrati entusiasti. […] In questa serena notte tedesca, mentre le scrivo, nei vicini settori si odono intensissimi combattimenti. Dio sa quante ardite, belle, generose giovinezze spezzate! Quanti cuori generosi non palpiteranno più fra poco, quante mamme, quante piangeranno per sempre! Il cuore mi si intenerisce a questo pensiero: vede chiaro tutto il male; apprezza il sacrificio, sa la grandezza della causa, adoro Dio, la sua divina giustizia, perché so, che il tremendo castigo è permesso da Lui e prega che la collera divina sia disarmata, che la pace venga e cominci alfine completa l’osservanza del precetto di amore”.