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Scontro politico e disagi sociali - Storia Tifernate e altro di Alvaro Tacchini

Atlante della Memoria

Alta Valle del Tevere 1943-1944

Mappa interattiva

Scontro politico e disagi sociali

Socialisti e cattolici dopo la dichiarazione di guerra

Sconfitti sul piano politico, i socialisti dovettero adattarsi ad uno stato di guerra che impediva la loro piena espressione. Nonostante l’autocontrollo impostosi, avrebbero più volte subito pesanti censure. Non mancarono comunque di far sentire la sua voce critica sulle questioni di carattere sociale e politico. Vennero però a mancare loro anche energie umane, con tanti attivisti richiamati alle armi. Indebolirono il partito anche le spaccature interne. Chi aveva manifestato opinioni dissidenti, come il tifernate Giulio Pierangeli, fu cacciato. E ferì la rottura con l’avvocato romagnolo Francesco Bonavita, punto di riferimento del partito dall’inizio del secolo e suo candidato per il collegio altotiberino umbro fino al 1913.

I vescovi delle tre diocesi in cui era frammentata l’Alta Valle del Tevere si rivolsero alla popolazione immediatamente dopo la dichiarazione di guerra. Invocarono la benedizione divina sui soldati e chiamarono i cattolici ad obbedire alle autorità governative e a pregare per la vittoria. A Città di Castello mons. Carlo Liviero pose l’accento sulla necessità di avere “grande fiducia” nei governanti, “sicuri che il Signore stesso darà loro il lume per compiere tutto ciò che è necessario a salute della nostra Patria e dei nostri connazionali”. Liviero sottolineò il valore cristiano della dedizione al proprio Paese. E bisognava rassegnarsi alla volontà divina: se anche l’Italia era stata trascinata nel vortice del conflitto, significava che – nelle parole di Liviero – troppo si era “abusato della bontà del nostro caro Iddio”.

Si doveva dunque espiare e pregare, rafforzare la fratellanza cristiana nella società civile e, al fronte, combattere da soldati civili e cavallereschi. Per i cattolici, sospettati di simpatizzare per l’Austria, l’accettazione dell’intervento in guerra significò affermare la propria fedeltà allo Stato e dimostrare con i fatti di non essere “nemici della Patria”. Il periodico “Voce di popolo” ricordò che la dottrina cattolica imponeva di obbedire all’autorità legittimamente costituita in tutto ciò che non contrastava con le verità di fede. Tuttavia, con una lucida analisi, il giornale previde che i lutti e le sofferenze provocati dal conflitto si sarebbero abbattuti soprattutto sui contadini e sugli operai, avvicinandoli ulteriormente al partito socialista e creando i presupposti per una sua “ondata incalzante” nel dopoguerra.