Atlante della Memoria

Alta Valle del Tevere 1943-1944

Mappa interattiva

La Fattoria e i suoi stabilimenti

Necessità di ulteriori spazi

 
Quattro anni dopo la Fattoria dovette constatare che il suo complesso produttivo non bastava più. Il censimento industriale comunale del 1928 quantificò in 292 gli addetti. Il loro lavoro consisteva nel raccogliere il tabacco già confezionato in colli dai soci coltivatori e nel trattamento della foglia grezza nelle fasi successive di cernita, ammannocchiamento, raffinamento, incannamento e imbottamento. Quindi il tabacco veniva inviato al Monopolio. Il procuratore Sergio Rossi così illustrò la situazione ai soci nell'assemblea del maggio del 1928: “Il quantitativo di tabacco consegnato al magazzino tende a crescere, perché i coltivatori utilizzano sempre più il numero di piante loro concesse; lo scarto fra le piante assegnate e quelle realmente coltivate tende sempre più a ridursi; la coltivazione adottata per rendere sempre più combustibile il tabacco favorirà indubbiamente una maggior produzione. Di qui la necessità di avere una maggior disponibilità di locali. Sarebbe assolutamente improvvido cercare di migliorare la qualità dei prodotti, e non provvedere contemporaneamente ad assicurare la buona custodia e la buona cura del prodotto”. L'investimento che si prospettava appariva considerevole, ma dopo un approfondito dibattito i soci concordarono che non vi era altra strada da percorrere.
A quell'epoca, oltre agli ambienti del complesso di San Domenico e di Santa Caterina, lo stabilimento occupava trasversalmente la metà più meridionale dell'orto del Campaccio, tra la le vie Oberdan e Santucce. Il 13 settembre 1929 il podestà tifernate autorizzò la Fattoria a edificare “tre nuovi essiccatoi nello spazio compreso tra gli esistenti e il muro di cinta di Via Borgo Farinario”.