Atlante della Memoria

Alta Valle del Tevere 1943-1944

Mappa interattiva

Nel mondo del legno

La smacchinatura e le segherie

La Società Lavorazione Legnami di via della Fraternita – detta “Agnellotti” da uno dei suoi proprietari – e la “Cristini” effettuavano il lavo­ro di segheria per i falegnami locali. Si chiama­va “smacchinatura” e consisteva sia nella segatura e conciatura di tronchi d’albero, sia nella preparazione di componenti da as­semblare.
Agostino Nisi vi fu addetto per anni alla “Cristini”: “I falegnami ci portavano il legno non appena ne trovavano. Lo facevano smacchinare subito; poi lo stagionavano. Talvolta i contadini portavano tronchi interi di pianta con i carri; era legname del padrone, che lo te­neva da parte per quando doveva fare dei la­vo­ri. Lo tagliavo con la ‘sega grossa’. Il legna­me che portavano a smacchinare era più che mai oppio, olmo, cipresso, noce, faggio, molto me­no la quercia. Venivano a smacchinare an­che i falegnami di campagna, con il barroccio: venivano fino da Lama, da Selci e da Apecchio. Anche da Serravalle, sotto Monte Nero­ne; portavano il loro legname fino ad Apecchio con i ‘basti’, poi proseguivano per Castello. Smacchinavo anche per il carraio Mastriforti; gli facevo le bure. Preparavo pure le doghe per le botti; dopo non dovevano far altro che as­semblarle col cerchio.”
Per la “smacchinatura” ci volevano diversi tipi di lama, a seconda della specie di legname da segare. “Il legno ‘muscio’, mezzo secco, è il peggio legno che si sega; è difficile a strappare, ci vogliono denti molto sterzati, radi, se no si impasta, deve portare via parecchia segatura. Se è appena tagliato, è il meglio legno che si sega; allora ci vuole la sega un pochino più delicata. Per segare la quercia, l’olmo, i le­gni duri, ci vuole una sega con dente più fitto e meno sterzato.”
Per il lavoro di “smacchinatura” dei tronchi si rivelò più adeguata, per il maggior spazio a disposizione, la “Cristini”, situata fuori le mu­ra. Nella stretta via della Fraternita, Agnellotti riusciva a effettuare lo stesso lavoro, ma con maggiori rischi. Una volta “lo scarico dei pe­santi tronchi di legno fatti cadere dall’automezzo” provocò la rottura dei lastroni della fo­gna della strada e la ditta dovette provvedere alla riparazione.
Negli anni ’20 la tariffa base per “smachi­nè” si mantenne sulle L. 6 l’ora; nel 1930 la segatura di travi di albero costava L. 8 l’ora (oppure L. 2 il mq), quella di strisce da tetto L. 6.40.
Nel Tifernate, dal 1925 effettuò lavori di smacchinatura anche la falegnameria-segheria dei Mencaccini, a San Secondo.
Negli anni ’20 prese l’avvio anche la se­gheria di Dino Garinei in via Borgo Farinario, a ridosso delle mura. Costruiva botti per la Fattoria Autonoma Tabacchi. Il consorzio, in­fatti, invece di effettuare in proprio tale lavorazione, riteneva più conveniente affidarla a terzi. Le botti erano costruite con legno di pioppo selezionatissimo e ben asciutto.
Nel 1936 la segheria passò a Domenico Onofri. Era nipote di quel Francesco che dopo l’Unificazione italiana aveva avviato a Morra una rilevante impresa di produzione di carbo­ne, legna da ardere e infine traverse per la ferrovia. Imprenditore coraggioso, Domenico nel 1937 decise di investire un consistente capitale in Africa Orientale. Si interessò di esportazio­ne di legname, ma soprattutto impiantò due se­gherie per la fabbricazione di mobilio per un mercato locale che si sperava in sviluppo. L’azienda di Addis Abeba arrivò a dare lavoro a circa 200 addetti. Il personale più qualificato Onofri se lo portò da Città di Castello: tra gli altri lo raggiunsero i falegnami Agostino Spel­li, Antonio Gustinelli e Omero Briganti. Le av­verse vicende del secondo conflitto mondiale frustrarono le ambizioni imprenditoriali africane di Onofri, che perse tutto. Gli inglesi vittoriosi smantellarono e portarono con sé anche il macchinario di prim’ordine del mobilificio di Addis Abeba.
Intanto, in quell’infausto 1940 che segnò l’entrata in guerra dell’Italia, una nuova di­sgrazia si era abbattuta sugli Onofri. Un in­cendio aveva distrutto completamente la se­gheria di via Borgo Farinario. Lo stabilimento fu trasferito nell’area detta “il Fiorentino”, in via Diaz, appena fuori le mura. Continuò a fabbricare botti per la FAT e inoltre, dal 1949, anche quelle traverse per la ferrovia che fino ad allora venivano prodotte esclusivamente nei boschi. La segheria visse fino al 1963, quan­do la caduta della domanda di traverse in le­gno e di legna da ardere – rimasto sempre un settore rilevante dell’azienda – indusse Au­relio Onofri a tentare nuove vie imprenditoriali.
A Città di Castello è esistita un’altra segheria, di proprietà di Antonio Nardi. Operava già nella seconda metà degli anni ’30, fuori porta Santa Maria, nei pressi della circonvallazione e della linea ferroviaria di allora.