Atlante della Memoria

Alta Valle del Tevere 1943-1944

Mappa interattiva

La prima metà del '900

La Società Lavorazione Legnami

Il fallimento della Lavorazione Legnami non frustrò tutte le ambizioni industriali dei falegnami tifernati. L’an­no successivo sorse infatti la Società Lavorazione Legnami e Segheria Elettrica, promossa da Esdra Agnellotti, Eugenio Marioli, Giuseppe Benni e Antonio Gustinelli. Marioli ave­va bottega nel sobborgo del Gorgone; era re­duce da un lungo periodo di emigrazione in Argentina, dove si era specializzato in falegnameria e aveva acquisito dimestichezza con le nuove tecnologie. Anche Gustinelli, figlio di un mugnaio, aveva conosciuto l’esperienza dell’emigrazione. Agnellotti stava in via del Crasso; per la solida competenza e il carattere autorevole sarebbe emerso come il vero direttore tecnico dell’azienda. Quanto a Benni, ave­va alle spalle lo sfortunato tentativo societario con Germano Polidori; non sarebbe ri­masto a lungo nella società, sostituito da Ome­ro Briganti.
I quattro soci, mentre ancora trattavano l’acquisto del macchinario, domandarono al Comune come sede “il locale già adibito per lo stallone”, in via della Fraternita. Dovettero però fronteggiare la “formale ed energica protesta” dei residenti della strada del quartiere di San Giacomo; questi osteggiavano “il minacciato impianto d’una grande segheria elettri­ca” – scrissero al sindaco – per il “grave di­sturbo che ne verrebbe loro pel continuo ru­more assordante, stridulo, insopportabile” e “pel deprezzamento che ne subirebbero i loro stabili”. I falegnami chiesero al sindaco di non tener conto dell’inaspettata opposizione: so­stennero che le precedenti segherie a Città di Castello non si erano mai caratterizzate per ru­mori “insopportabili” e che “tutte le città più evolute” ospitavano tali “benefici impianti” nel centro abitato; infine invitarono a uscire da angusti orizzonti provinciali: “Nelle città im­portanti e specialmente nelle vie principali, il rumore dei tram, dei carri, delle automobili, è assai maggiore di quello di una macchina, si fa sentire anche di notte, ed è sopportato da tutti, perché indice di lavoro che porta benessere”. La giunta municipale trovò ingiustificata la protesta e concesse l’affitto: “Nel caso attuale trattasi di favorire un’industria di operai reduci dal servizio militare che non hanno potuto trovare altro locale né sono per ora in condizioni di sostenere la spesa per nuove costruzioni”.
Poteva così iniziare a operare, nel 1919, l’azienda destinata a restare per oltre trent’an­ni la falegnameria e segheria di maggiore consistenza di Città di Castello. Fabbricava di tutto – mobili comuni e di lusso, serramenti e infissi – e vantava di poter segare tronchi di qualunque diametro e lunghezza. Era inoltre corredata di un vasto magazzino per la vendita al dettaglio e all’ingrosso dei vari tipi di legna­me: il laboratorio di ebanisteria della Scuola Operaia “Bufalini” vi fece ricorso abitualmente per il proprio approvvigionamento di abete, faggio, betulla, noce, castagno e aga­to­ne e anche di compensato e di fogli di im­pial­lacciatura. La Scuola e le piccole botteghe ar­tigiane, inoltre, da allora ebbero l’opportunità di eseguire presso la Società – così come alla falegnameria di Cristini – quelle prestazioni che solo la modernità del loro macchina­rio po­teva garantire: piallature e rifilature di tavole e stecche, torniture e altre lavorazioni particolari, segatura di tronchi d’albero, di ta­vole, di “morali” e di “castagnoli”. Divenne una consuetudine per i falegnami – o per i loro garzo­ni – portarsi con il carretto in via della Fraternita, o da Cristini, per “smachinè” il le­gname, cioè segarlo nelle dimensioni richieste. Tanto fu l’accumulo di lavoro, che il Co­mune nel 1924 si trovò costretto a disciplinare l’occupazione della via, sempre ingombra di tronchi d’albero, concedendo una striscia di m 1,50 di larghezza per il deposito temporaneo del le­gna­­me destinato alla “smacchinatura”.