Atlante della Memoria

Alta Valle del Tevere 1943-1944

Mappa interattiva

I falegnami del XIX secolo

Francesco Montani e la Curia

Dal 1840, per oltre quarant’anni, il “falegname del Duomo” fu Francesco Montani (1808-1888), no­to con il soprannome di “Lumechiaro”. Nel­la sua prolungata attività, svoltasi anche nelle proprietà rurali della Cattedrale, produsse tut­to ciò che ordinariamente si richedeva agli ar­tigiani di questo settore: porte e architravi, fi­nestre, scuri e “batusci”, armadi e credenze, tavolini, seggiole e scrivanie, bussole e cornici, scompezzini, “sventole per accendere il fuoco” e attaccapanni. Per quanto riguarda gli ar­redi sacri e il mobilio interno al Duomo, “Lumechiaro” costruì e riparò “i ginochini della via Crucis e di S. Florido”, “il ginocchia­toio al confessionaro”, le banche per i fedeli, i nuovi banconi “per i canonici per assistere alla predica”, l’intelaiatura del prospetto per la proces­sione del Corpus Domini, che corredò di due angeli lignei, e il trono del vescovo; fe­ce piedistalli intagliati per i reliquiari, cassette per l’elemosina in noce, “bacioccoli” [piroli torniti per gli sgabelli del trono del ve­scovo, n.d.a.] e “due lunghe tavole per tenere i paramenti sagri in sagrestia per la Funzione degl’Olii Santi” – “troppo necessarie” si legge nel registro di am­ministrazione, quasi a voler giustificare la spe­sa. Montani curò la manutenzione degli infis­si: nel 1864 ritoccò e stuc­cò tutte le finestre della Cattedrale, della cupo­la e del cupolino, dando “tre mani di olio alle fenestre nuo­ve” e “due mani di vernige e di olio” alle vecchie; rinforzò, stuccò e rivernigiò con “due mani di olio e vernige” anche le por­te del Duo­mo “di sopra” e “di sotto”. Era suo compito il montag­gio e lo smontaggio in chie­sa dei “banconi per le prediche” della Quaresima e dell’Avvento, del “palco degli esercizi” e delle “due macchi­ne delle Quarantore, e Sepolcro”. Naturalmen­te dovette riparare di tutto: oltre agli infissi, ai mobili e agli arredi, “acomodò” le balaustre, le scalinate del trono di San Florido, i gradini per il piano dell’altare, i cancelli delle cappelle, il “paravento della porta da pie­di”, la “catreda da predica­re”, gli scalandrini, le cartaglorie, il ca­napè della camera del capitolo, “il confesionario del penitenziere”, “i tellari” delle graticce, le careghe della stanza capitolare, i banchi e le cattedre della scuola. Talvolta si occupò pure dell’organo.
Riguardo ai lavori da “fallegniame” nelle proprietà rurali della cattedrale, le fatture di Montani descrivono quelli effettuati al mulino della Canonica e nei poderi di Feligioni (o “Filigione”), di “Zoppino” e di “Cagnetta”. Emblematica la serie di opere elencate nel 1855: fece “una porta alla stalla de bovi a tutta fodra”, un’altra per la stalla del cavallo e ri­mise “una fiminella” a quella degli agnelli; ri­parò una por­ta di casa, una “fenestra del granaro” (“ri­messi i regoli curti e agiuntato i lunghi”) e ne restaurò altre rimettendo diverse “fodre e spallette”; costruì la finestra di una stanza da letto “con suo telaro e sportello” e altre quattro nuo­ve “con sui scuri e telari”, un “barocchio per il pozzo di Cagnietta” e la porticina della stanza “dove il Zoppino tiene le ghiande”; infine mise “una serradura nel granaro di sopra” e raccomodò una botticella, ri­facendo “lusciolo e capo uscio­lo a una fiancata davanti”. In quella circostanza Montani fu parzialmente pagato con grano. Talvolta inviò a lavorare in campagna un “giovane” di bottega: gli fece fabbricare due scuri per la finestra “dei bova”, riparare “greppie” e “agiuntare i travi del capanno”. Nel 1856 Montani guadagnava baj. 30 al giorno, il suo garzone 17; tali cifre sarebbero rimaste a lungo in­variate, indicate in baiocchi per alcuni anni an­che dopo l’Unifica­zione italiana. Nel 1872 il suo guadagno giornaliero era di L. 1,50.
 […] La sua bottega aveva una dimensione famigliare. Occupava anche i figli Filippo e Giuseppe, il fratello Aquilino e il nipote Luigi. Nel 1871 accorsero tutti a prestare la propria opera da falegname in occasione dell’incendio del campanile. Nove anni dopo li si ritrova ancora insieme. L’ultimo riferimento documentale al­la bottega di “Lumechiaro” risale al 1883.